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Discussione: Cambiamenti climatici dell'ultimo mezzo secolo -

  1. #1
    PROF. FISICO ATM- L'avatar di Andrew
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    Predefinito Cambiamenti climatici dell'ultimo mezzo secolo -

    L'INSIEME DEI FATTORI SUI CHANGE CLIMATICI , NON SOLO AGW MA TUTTI I FEEDBACK CHE CORROBONANO A TALE CAUSA. VEDIAMO QUESTI CAMBIAMENTI QUINDI E LA LORO AZIONE. - È inequivocabile che l’influenza umana ha riscaldato l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse.

    Si sono verificati cambiamenti diffusi e rapidi nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera.
    Gli aumenti osservati nelle concentrazioni di gas serra (GHG) dal 1750 circa sono inequivocabilmente causati da attività umane.
    Dal 2011 le concentrazioni in atmosfera hanno continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2019 medie annuali di 410 ppm per l’anidride carbonica (CO2), 1.866 ppb per il metano (CH4), e 332 ppb per il protossido di azoto (N2O).
    La temperatura superficiale globale nel periodo 2001-2020 è stata di 0,99°C superiore a quella del periodo 1850-1900, ed è stata più alta di 1,09°C nel periodo 2011-2020 rispetto al periodo 1850-1900, con aumenti maggiori sulla terraferma (1,59°C) rispetto all’oceano (0,88°).
    Le precipitazioni globali medie sulla terraferma sono aumentate dal 1950, e più rapidamente a partire dagli anni ’80.

    L’influenza umana ha probabilmente contribuito al pattern di cambiamento delle precipitazioni dalla metà del XX° secolo, e ha molto probabilmente contribuito al pattern di cambiamento della salinità dell’oceano superficiale.


    • Nel 2019, le concentrazioni atmosferiche di CO2 erano le più alte degli ultimi 2 milioni di anni, e le concentrazioni di CH4 e N2O erano le più alte degli ultimi 800.000 anni. Dal 1750, gli aumenti delle concentrazioni di CO2 (47%) e CH4 (156%) superano di gran lunga i cambiamenti naturali plurimillenari tra periodi glaciali e interglaciali degli ultimi 800.000 anni.
    • La temperatura superficiale globale è aumentata più velocemente a partire dal 1970 che in qualsiasi altro periodo di 50 anni degli ultimi 2000 anni. Durante il decennio 2011-2020 le temperature hanno superato quelle del più recente periodo caldo multi-centenario, circa 6500 anni fa.
    • Nel periodo 2011-2020, la media annuale dell’area di ghiaccio marino artico ha raggiunto il livello più basso dal 1850. Nel periodo tardo estivo è stata inferiore a qualsiasi altro periodo degli ultimi 1000 anni. La natura globale del ritiro dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 è senza precedenti negli ultimi 2000 anni.
    • Il livello medio del mare è aumentato più velocemente a partire dal 1900 che in ogni secolo precedente degli ultimi 3000 anni. L’oceano si è riscaldato più velocemente nell’ultimo secolo che dalla fine dell’ultima deglaciazione (circa 11.000 anni fa).
    • ORA VEDIAMO QUEST'ALTRO ASPETTO : Riscaldamento globale. E' tutta colpa del Sole


      In una estesa Invited Review pubblicata su Research in Astronomy and Astrophysics (IOP Publishing), un gruppo internazionale di 23 scienziati esperti in fisica solare, astronomia e nei cambiamenti climatici - che include anche il professore Nicola Scafetta del Dipartimento di Scienze della Terra, dell'Ambiente e delle Risorse della Federico II - mostra che è prematuro dare la colpa al riscaldamento climatico osservato dal 1900 ad oggi principalmente alle emissioni antropiche di gas serra. Lo studio contraddice la conclusione principale dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite, ripetuta anche nell'ultimo rapporto (Sixth Assessment Report, AR6) pubblicato in agosto, in quanto questo è basato su dati parziali e incompleti che non sono sufficienti per valutare correttamente l'effetto del Sole sul clima della Terra.

      La review - basata su circa 500 studi scientifici - usa tutte le serie solari oggi disponibili e numerose serie climatiche globali. Queste serie mostrano tra di loro una grande variabilità secolare. Lo studio conclude che il possibile contributo del sole al riscaldamento globale osservato durante il XX secolo dipende fortemente dalle serie solari e climatiche specifiche adottate per l'analisi.
      Gli studiosi mostrano che l'ipotesi sostenuta dall'IPCC secondo cui l'aumento dell'attività solare osservato durante il XX secolo avrebbe avuto un effetto trascurabile sul riscaldamento climatico post-industriale si basa solo su simulazioni generate da modelli climatici globali che usano come forzanti solari quelli che si ottengono con le serie astronomiche che presentano la più piccola variabilità secolare. Paradossalmente, i modellisti climatici ignorano le serie solari proposte nella letteratura scientifica che suggeriscono una variabilità solare secolare molto più ampia (fino ad un fattore 10) e che presentano anche una diversa modulazione che meglio si correla con quella mostrata nelle serie climatiche.
      Inoltre, nei documenti dell'IPCC le predizioni dei modelli climatici - che già producono un riscaldamento superiore a quello riportato nelle serie climatiche ufficiali - vengono anche confrontate con delle serie climatiche che diversi studi considerano problematiche perché sicuramente influenzate da una componente spuria di riscaldamento non climatico, come quello registrato dalle stazioni meteorologiche posizionate in prossimità dei centri urbani. Dal dopoguerra ad oggi, le isole di calore urbano sono cresciute notevolmente in molte parti del mondo inducendo un riscaldamento solo locale che dovrebbe essere completamente rimosso nelle serie usate per studiare i cambiamenti climatici. Questo però non avviene perché, come lo studio anche mostra, usando solo le serie meteorologiche registrate nei siti rurali, il riscaldamento globale dell'ultimo secolo è inferiore di almeno del 20% di quello riportato nelle serie climatiche usate dall'IPCC.

      I 23 studiosi concludono che il selezionare le serie solari con la più bassa variabilità solare insieme a serie climatiche influenzate dal riscaldamento urbano ha l'evidente l'effetto di minimizzare la componente naturale del cambiamento climatico e, simultaneamente, di massimizzare quella antropica, ma l'operazione è scientificamente scorretta. Infatti, data la notevole variabilità e le incertezze esistenti tra le serie astronomiche e climatiche, diverse selezioni di dati portano a conclusioni contradditorie: l'aumento dell'attività solare durante il XX secolo ad oggi potrebbe avere contribuito quasi nulla (come sostenuto dall'IPCC) oppure la maggior parte del riscaldamento osservato. Quindi, ritenere che il riscaldamento climatico globale dal 1900 sia dovuto all'uomo e che i modelli climatici attuali siano sufficientemente validi per prevedere i cambiamenti climatici futuri è al momento prematuro e probabilmente errato.

      Connolly, R., ed altri 22 autori. "How much has the Sun influenced Northern Hemisphere temperature trends? An ongoing debate." (Invited Review). Research in Astronomy and Astrophysics (IOP Publishing), 21, 131 (68pp), 2021. doi: 10.1088/1674-4527/21/6/131 https://doi.org/10.1088/1674-4527/21/6/131
      Open Access: http://www.raa-journal.org/raa/index...icle/view/4906




  2. #2
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  3. #3
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    Ciao Andrew, dunque se ho capito bene, il riscaldamento viene da una parte influenzato dal Sole, ma dall'altra tende a "minimizzare" le azioni dell'uomo? (Ovviamente per minimizzare intendo non avere totalmente colpa di tale "disastro climatico")

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Baloo Visualizza Messaggio
    Ciao Andrew, dunque se ho capito bene, il riscaldamento viene da una parte influenzato dal Sole, ma dall'altra tende a "minimizzare" le azioni dell'uomo? (Ovviamente per minimizzare intendo non avere totalmente colpa di tale "disastro climatico")
    Certo Baloo , c'e questo e . . .. "quello" mai un solo factors.

  5. #5
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    Il clima è già cambiato





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    Abbiamo chiesto a una climatologa se è vero che il clima sta cambiando, e se questo cambiamento è legato all’azione umana. Ci ha risposto di sì, e ci ha spiegato perché. L’articolo di apertura del numero 16 de «La ricerca», “Pianeta Scuola”.


  6. #6
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    Il cambiamento climatico è una delle questioni più urgenti del nostro tempo e gli effetti cui stiamo assistendo ne sono una chiara prova. Eventi meteorologici più intensi e potenzialmente disastrosi che mettono a rischio territori e vite; carenza idrica a causa della diminuzione delle riserve di neve e ghiaccio; effetti della siccità sull’agricoltura; allagamenti costieri a causa dell’innalzamento del livello dei mari; perdita di biodiversità marina e terrestre; acidificazione degli oceani: sono solo alcuni esempi.
    Rispetto ai cambiamenti climatici del lontano passato, molto più lenti e dovuti a cause naturali, quelli di oggi si stanno verificando con una rapidità senza precedenti, che eccede di parecchio quella dei processi naturali, e sono riconducibili alle attività umane, prime fra tutte le emissioni dei gas climalteranti che rilasciamo nell’atmosfera e i cambiamenti nell’uso del suolo.
    La scienza ha permesso di fare chiarezza sullo stato di salute del nostro pianeta e di elaborare azioni per contrastare i cambiamenti climatici indotti dall’uomo. Occorrono anzitutto politiche di riduzione delle emissioni e di mitigazione che permettano di agire sulle cause del surriscaldamento, accompagnate da misure di adattamento per imparare a convivere con gli effetti già in corso o che inevitabilmente si verificheranno nel prossimo futuro.
    Contrastare il cambiamento climatico passa attraverso l’azione politica, prima di tutto – come indirizzare la società verso l’uso di fonti energetiche rinnovabili, eliminare i sussidi e aumentare le tasse sui combustibili fossili, puntare sull’economia circolare –, ma anche attraverso l’azione culturale. Ci sono aspetti della mitigazione che riguardano la sfera del nostro vivere quotidiano, come privilegiare i propri spostamenti con i mezzi pubblici o a piedi o in bicicletta, scegliere una fornitura elettrica da fonti rinnovabili, produrre meno rifiuti, fare la raccolta differenziata, non sprecare. Sono passi semplici che, se seguiti da tutti, possono dare un forte contributo.

  7. #7
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  8. #8
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    Non tutta l’energia solare incidente viene assorbita dalla Terra e utilizzata per mettere in moto la macchina climatica. Una parte, il 30% circa, viene riflessa (questa frazione viene chiamata albedo) dalle superfici chiare come le nevi e i ghiacci e da alcuni tipi di nube. La restante parte viene assorbita dall’atmosfera e soprattutto dalla superficie terrestre e dall’oceano che si scaldano e riemettono a loro volta radiazione infrarossa, ossia calore. Che fine fa questo calore? Alcuni gas presenti in atmosfera, come vapore acqueo, anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido nitroso (N2O) e altri, insieme ad alcuni tipi di nube, ne assorbono una parte e poi la riemettono in tutte le direzioni, anche verso la superficie stessa, con il risultato netto di scaldarla (e contemporaneamente raffreddare gli strati più alti dell’atmosfera). Questo è l’effetto serra naturale e i gas che ne sono responsabili sono i gas a effetto serra. In assenza di questo meccanismo tutto il calore emesso dalla superficie andrebbe perso verso lo spazio, e ciò darebbe luogo a una temperatura del nostro pianeta di -18 °C, 33 °C più bassa di quella media terrestre, pari a 15 °C. Senza l’effetto serra non ci sarebbero state le condizioni favorevoli alla vita sulla Terra, e questo accade da circa tre miliardi di anni. Negli ultimi decenni si è assistito a un’amplificazione dell’effetto serra naturale che ha portato, in pochissimo tempo, a un eccessivo riscaldamento del pianeta e a una serie di ricadute negative. Ma procediamo con ordine…
    I cambiamenti del clima sono determinati da tutti quei processi in grado di modificare il bilancio tra l’energia in arrivo dal Sole e l’energia infrarossa che la Terra riemette, tra cui i cambiamenti nella radiazione solare incidente, nella frazione di radiazione solare riflessa (cioè nell’albedo) e nella radiazione infrarossa emessa dall’atmosfera. I primi avvengono per cause (o forzanti) naturali, come le variazioni nei parametri dell’orbita terrestre intorno al Sole (eccentricità, obliquità e precessione dell’asse) che modificano la quantità totale di energia che arriva sul pianeta o la sua distribuzione geografica o stagionale, o per la dinamica interna della nostra stella (le cui oscillazioni sono descritte dal maggior o minor numero di macchie solari presenti ciclicamente sulla superficie del Sole). I secondi possono derivare tanto da forzanti naturali quanto antropiche e includono modifiche nell’uso del suolo, la fusione dei ghiacci che libera porzioni di terreno o di oceano più scure, o ancora la presenza in atmosfera di particelle (dette aerosol) riflettenti che si formano in seguito alle eruzioni vulcaniche. I terzi, infine, sono dovuti alle variazioni nella concentrazione di gas a effetto serra in atmosfera che possono avvenire in risposta ai cicli biogeochimici naturali ma anche alle azioni umane, come è evidentemente avvenuto negli ultimi decenni.

  9. #9
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    Le variazioni nei parametri dell’orbita della Terra attorno al Sole sono state la causa di innesco dei periodi glaciali (freddi), intervallati da periodi interglaciali più caldi, che si sono ripetuti ciclicamente negli ultimi tre milioni di anni. Nell’ultimo milione di anni, in particolare, si sono verificate otto glaciazioni, una ogni 100000 anni, corrispondenti al periodo con cui l’eccentricità dell’orbita terrestre attorno al Sole subisce piccole variazioni. Anche le variazioni naturali di anidride carbonica atmosferica hanno avuto un ruolo nelle glaciazioni, e i dati ricavati dalle carote di ghiaccio antartiche hanno mostrato che la concentrazione di CO2 è stata inferiore durante i periodi freddi (circa 180 ppm; ppm = parti per milione) e più elevata nei periodi interglaciali caldi, raggiungendo al massimo le 280 ppm. L’ultima glaciazione è terminata circa 12000 anni fa, e da allora è iniziato il periodo interglaciale che stiamo vivendo oggi e che va sotto il nome di Olocene (dal greco, “del tutto recente”). L’inizio di questa era geologica coincide con lo sviluppo delle prime civiltà umane, che hanno tratto vantaggio dal clima più mite e relativamente stabile. La concentrazione di anidride carbonica nell’Olocene è rimasta sempre inferiore alle 300 ppm, per iniziare poi ad aumentare sistematicamente a partire dalla rivoluzione industriale e raggiungere oggi valori sicuramente senza precedenti nell’ultimo milione di anni.
    Il clima nell’Antropocene :
    Benché fin dagli albori della civiltà l’uomo abbia iniziato a modificare l’ambiente per adattarlo alle proprie esigenze, per esempio disboscando estese regioni al fine di ottenere terreno coltivabile e cominciando ad allevare animali, solo con l’inizio della rivoluzione industriale, anche in risposta all’aumento della popolazione, le sue modifiche sull’ambiente hanno prodotto effetti tangibili, e in alcuni casi irreversibili, sugli ecosistemi, la qualità dell’aria e delle acque, la salute, la biodiversità, i cicli dei nutrienti e il clima. Per questo, nel 2000, il Premio Nobel Paul Crutzen e il biologo Eugene
    Stoermer suggerirono che, a partire dalla rivoluzione industriale, la Terra era entrata in una nuova era geologica che proposero di chiamare Antropocene.
    Le attività umane sono infatti oggi responsabili dell’emissione di grandi quantità di gas serra come CO2, CH4 e N2O il cui tempo di permanenza nell’atmosfera è abbastanza lungo da permetterne l’accumulo e quindi l’aumento esponenziale della concentrazione rispetto ai valori pre-industriali. I valori di CO2 oggi superano le 410 ppm, e stanno aumentando con un tasso di circa 2 ppm ogni anno. L’aumento della concentrazione di CO2 è dovuto principalmente alla produzione di energia per combustione di fonti fossili (petrolio, gas naturale e carbone) estratte dal sottosuolo dove erano rimaste stoccate per millenni, ai trasporti, agli usi domestici e industriali. La deforestazione ad opera dell’uomo riduce l’assorbimento di CO2 da parte delle piante (pozzi naturali di questo gas) e, quindi, costituisce un’ulteriore causa di accumulo in atmosfera. L’aumento di CH4 è dovuto alle pratiche agricole e di allevamento, all’estrazione e distribuzione del gas naturale e alla gestione dei rifiuti; N2O viene emesso principalmente dai suoli agricoli e in seguito a incendi forestal

  10. #10
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    La conoscenza del clima presente e del recente passato si fonda su osservazioni strumentali di vario tipo, mentre quella del paleoclima si basa sui dati indiretti ricavati da sedimenti marini e lacustri, carote di ghiaccio, pollini, anelli degli alberi e altri dati proxy (dati per procura). La conoscenza del clima futuro si basa principalmente sulle proiezioni fornite dai modelli climatici, rappresentazioni numeriche del sistema climatico, delle sue componenti e delle loro interazioni, delle equazioni che regolano il moto dei fluidi atmosferico e oceanico, delle leggi della biologia e della termodinamica, della variabilità interna del clima (di cui i meccanismi di retroazione sono un esempio) e di quella forzata da cause esterne, naturali o antropiche. In particolare, le proiezioni future richiedono lo sviluppo di scenari che descrivano la possibile evoluzione delle forzanti antropiche, prime fra tutte le emissioni di gas serra e l’uso del suolo, sulla base, tra altri fattori, delle possibili scelte economiche, energetiche e tecnologiche della società e della crescita demografica prevista.
    Esperti di varie discipline hanno quindi elaborato un ventaglio di questi possibili scenari, che vanno da quelli con una drastica riduzione futura delle emissioni a quelli di stabilizzazione delle emissioni fino a quelli di tipo business-as-usual, in cui le emissioni continueranno ad aumentare senza arrivare a una stabilizzazione alla fine di questo secolo. “Dati in pasto” ai modelli climatici insieme alle altre forzanti, gli scenari danno luogo a un ventaglio di possibili proiezioni future per il clima della Terra, a livello sia globale sia regionale, di cui nel seguito citiamo le più significative. Il mondo potrà scaldarsi in media da poco più di 1 °C (in uno scenario di stabilizzazione delle emissioni) a circa 5 °C (scenario ad alte emissioni) entro il 2100. 5 °C in media in più sulla Terra significherebbe un aumento di circa 11°C in alcune regioni più sensibili, come l’Artico, ovvero la scomparsa totale di ghiaccio marino dopo la stagione estiva a quelle latitudini. A causa della fusione del ghiaccio continentale e della dilatazione termica delle acque oceaniche più calde, il livello dei mari potrà innalzarsi da circa 30 cm a 80 cm alla fine del secolo. Anche in questo caso, si tratta di aumenti medi su tutto il globo, che possono tradursi in impatti significativi a livello regionale, come il rischio di inondazioni per diverse aree costiere e isole. Gli estremi climatici potranno intensificarsi e gli eventi di precipitazione saranno più rari ma più intensi e, a seconda della vulnerabilità del territorio, potenzialmente più distruttivi. Le ondate di calore potranno intensificarsi e diventare più frequenti. I rischi per la salute, la sicurezza del territorio, la disponibilità di acqua, l’agricoltura potranno aumentare soprattutto in regioni e per gruppi di popolazione particolarmente vulnerabili e sensibili.

    Come affrontare il problema: accordi, mitigazione, adattamento…
    Per più di 20 anni dopo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC, un trattato internazionale derivante dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite, avvenuta a Rio de Janeiro nel 1992), i governi mondiali hanno cercato di trovare, anno dopo anno, un accordo volto a limitare gli effetti del riscaldamento globale. Il 12 dicembre 2015, nell’ambito della XXI Sessione della UNFCCC (la famosa COP21), 196 Paesi responsabili del 95% delle emissioni di gas serra hanno approvato l’“Accordo di Parigi”, un documento che ha gettato le basi per un coordinamento delle politiche internazionali contro il riscaldamento globale. Tra gli obiettivi principali dell’Accordo di Parigi si legge quello di mantenere, entro la fine del 2100, «l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire azioni volte a limitare l’aumento di temperatura a
    1.5 °C, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici».

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