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Discussione: La conferenza cop25 sul clima a madrid : " non c'e' piu' tempo" !!!

  1. #11
    ADMIN AND WEATHER EXPERT L'avatar di Fulvio
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    Per par condicio e completezza di informazione ecco un articolo del prof Franco Battaglia:
    Conti alla mano, perché Greta fallirà:

    Sono tutti riuniti a Madrid col lodevole proposito di ridurre le emissioni di CO2 e implementare fotovoltaico ed eolico, le tecnologie che dovrebbero salvarci dagli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici. La riunione si chiama Cop25, intendendo con ciò che è la 25ma riunione che ci provano. Detto diversamente, le 24 precedenti hanno fallito. Falliranno anche a Madrid.
    La Cop25 doveva svolgersi in Cile. Ma da quelle parti avevano deciso di far funzionare le metropolitane solo col fotovoltaico. Non ci sono riusciti, ma il solo tentativo ha fatto lievitare talmente i costi dei trasporti che i cileni si sono incazzati. Ma proprio tanto: il governo cileno ha dichiarato di non essere in grado di garantire la sicurezza a quelli della Cop25 e ha sospeso l’evento. Che è stato spostato a Madrid.

    Ove il Segretario Generale dell’Onu ha dichiarato che «tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento». Che sono le parole che scriviamo da vent’anni a commento d’ogni Cop successiva alla Cop6 all’Aja. Continua Guterres: «ciò che manca è la volontà politica». Ora, io non mastico la politica, ma il Segretario Onu non sembra masticare l’aritmetica. Cosa esattamente dovrebbe fare la politica? No, perché se non si risponde esattamente a questa domanda, non si può comprendere che costoro delle Cop stanno a perdere il loro tempo e il nostro denaro.
    Il settore più promettente per operare significative riduzioni d’emissione è quello elettrico, grazie alle tecnologie rinnovabili e nucleare. Di queste, la tecnologia più efficiente allo scopo (in termini di rapporto tra emissioni evitate e costi sostenuti) è, piaccia o no, quella nucleare. Se ci fossero dubbi in proposito, il calcolo è presto fatto. In Italia abbiamo speso 100 miliardi d’euri per solo installare impianti fotovoltaici che producono 2 gigawatt elettrici. I quali si sarebbero potuti produrre con 2 reattori nucleari per la cui installazione sarebbero stati sufficienti meno di 10 miliardi. Quindi, nucleare sarebbe la risposta? Purtroppo, no. Dobbiamo continuare l’aritmetica.
    Supponiamo quindi che l’intera produzione elettrica mondiale – 2800 gigawatt – sia da nucleare. Dovremmo installare 2200 reattori nucleari (300 GW nucleari ci sono già e altri 300 GW sono già da idroelettrico) col modico impegno economico di, a occhio e croce, dollari 6 trilioni. Nel caso dell’Italia, essa consuma 36 GW elettrici, 30 dei quali prodotti da combustibili fossili: per produrli da nucleare dovremmo installare 30 reattori elettronucleari con un impegno economico di 100 miliardi. Riassumendo, con dollari 6000 miliardi (di cui 100 dall’Italia), il mondo ridurrebbe le emissioni di appena il 30%, che è il contributo alle emissioni dal settore elettrico. Sempreché lo facciamo tutto nucleare. Se poi sostituiamo alcuni dei proposti impianti nucleari con impianti eolici e/o fotovoltaici, la riduzione delle emissioni, a parità d’impegno economico, sarà ancora inferiore (dell’1% se facciamo tutto fotovoltaico).

    Di tutta evidenza, agli obiettivi vagheggiati neanche ci si avvicinerà. Capìto questo, appare evidente che il perseguirli non deve neanche cominciare. Farlo, significherebbe rovinarsi economicamente invano: nessuna emergenza climatica sarà scongiurata. È indubbio che le Cop potrebbero chiudersi qua, tanto più che, grazie a Dio, non esiste alcuna emergenza climatica.
    Franco Battaglia, Il Giornale 4 Dicembre 2019

  2. #12
    FISICO DELL' ATMOSFERA - RESPONSABILE SCIENTIFICO METEOLAND L'avatar di Andrew
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  3. #13
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    Propongo questo articolo del sole 24 ore
    Cop25, niente accordo a Madrid. Ecco perché la trattativa è fallita
    La Conferenza mondiale dell’Onu sui cambiamenti climatici Cop25 in corso a Madrid rischia un nulla di fatto. I quasi 200 Paesi riuniti nella capitale spagnola non hanno finora trovato un compromesso accettabile sui temi più complessi e divisivi, a cominciare dall’articolo 6 dell’Accrdo di Parigi sulla regolazione globale del mercato del carbonio, che rappresenta uno dei nodi più complicati da sciogliere. Nonostante la trattativa a oltranza, infatti, le posizioni sono al momento molto distanti e le questioni più critiche dovrebbero essere a questo punto rinviate all’appuntamento di Bonn nel giugno 2020.

    I nodi del negoziato
    La plenaria che si è aperta nella mattinata di domenica 15 dicembre e che avrebbe dovuto assicurare il via libera al documento finale, dovrebbe quindi sancire l’assenza di un’intesa sui tasselli più importanti che sono tre: il mercato dei crediti del carbonio, come detto, la cosiddetta “ambizione”, cioè l’aumento da parte di ciascun paese degli impegni nazionali (sottoscritti nel 2015 a Parigi) per il taglio dei gas serra (Ndc) entro il 2030 e, infine, gli aiuti per le perdite e i danni subiti dai Paesi vulnerabili (loss and damage).

    Le richieste dei Paesi vulnerabili
    Gli impegni dei singoli governi (che devono essere in linea con l’innalzamento medio della temperatura globlae di 1,5 gradi entro 2100 rispetto al periodo preindustriale) vanno presentati alla Cop 26. Ma lo scontro nasce dal fatto che gli Stati vulnerabili chiedono la garanzia che questi sforzi siano formalizzati entro ottobre 2020 al segretariato dell’Unfcc (la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici), in modo da preparare un rapporto per la Cop 26 (che si terrà a Glasgow l’anno prossimo) e valutare così l’eventuale gap tra gli impegni trasmessi e quelli necessari per centrare gli obiettivi.

    Anche l’Italia ancora al palo
    Già 73 Paesi li hanno definiti o hanno indicato l’intenzione di rafforzarli, altri 11 hanno invece avviato il processo. Quanto all’Italia, al momento non è nella lista ma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha assicurato «che il nostro Paese ci vuole essere, ci deve essere».

    La spaccatura sul mercato dei crediti del carbonio
    L’altro nodo riguarda la regolazione del mercato globale del carbonio. C’è infatti ancora una grande distanza sul meccanismo di calcolo: i Paesi sono spaccati in due perché c’è chi vorrebbe un “doppio conteggio” sia a carico di chi vende e di chi compra. E, dunque, la spaccatura ha impedito alla trattativa a oltranza di trovare un punto di caduta condiviso sul meccanismo di valutazione.

    La posizione degli Usa
    L’ultima tassello su cui, al momento, non c’è intesa è quella della revisione degli aiuti per i “loss and damage” (perdite e danni) subite dai Paesi più deboli. Questi ultimi chiedono infatti 50 miliardi di dollari l’anno fino al 2022, da aggiungere ai 100 miliardi l’anno al 2020 ed estesi almeno al 2025 per una ricostruzione e una ripresa economica. Ma gli Stati Uniti, che pure hanno avviato l’iter per uscire dall’accordo di Parigi, stanno ostacolando il confronto su questo punto e non vogliono che ci sia alcuna richiesta di garanzie nei loro confronti.

    Il tweet di Greta Thunberg: «Non ci arrenderemo mai»
    Il mancato accordo ha naturalmente scatenato la delusione di tutti i movimenti ambientalisti da Greenpeace, che parla di «esito inaccettabile» al Wwf, fino a Legambiente. E anche Greta Thunberg, la giovane attivista ispiratrice del movimento “Fridays For Future” ha espresso tutto il proprio rammarico su Twitter: «Sembra che la Cop 25 stia fallendo proprio ora. La scienza è chiara, ma viene ignorata. Qualunque cosa accada, non ci arrenderemo mai. Abbiamo appena iniziato».

    Continuano chiacchiere e propaganda e zero fatti concreti

  4. #14
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  5. #15
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