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Rispetto al 1990, anno preso in considerazione dal Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra, nel 2004 si è registrato un incremento della CO2 pari al 26%, estrapolando al 2010 il trend degli ultimi 5 anni, l’aumento delle emissioni mondiali salirebbe al 47%, molto più delle originali previsioni. Questo balzo sarebbe dovuto in parte agli Usa, ma soprattutto all’imprevisto boom cinese.
Inarrestabile appare per altro il ritmo di crescita delle emissioni statunitensi. Le emissioni americane sono, infatti, aumentate del 19,4% rispetto al 1990, un incremento in tonnellate pari a due volte il contributo annuale dell’Italia. Passando alla Cina, la sua crescita economica ha comportato addirittura un raddoppio dell’anidride carbonica prodotta e prima del 2010 avrà sorpassato gli Usa divenendo il numero uno nel mondo.
L’analisi delle dinamiche mondiali fa emergere realtà molto diversificate. Il ritmo di crescita cinese, che ha fatto balzare le emissioni da 2,3 a 4,5 Gt/a (miliardi di tonnellate l’anno). All’opposto i paesi europei dell’ex blocco sovietico, crollati da 4,1 a 2,6 miliardi di tonnellate/anno (Gt/a). Escludendo questi ultimi da un sommario computo totale, le emissioni mondiali di CO2 nel 2004 risulterebbero in crescita del 41% rispetto al 1990 e salirebbero addirittura del 62% nel 2010.
I più recenti dati sull’accelerazione dei cambiamenti climatici fanno ritenere che, se non si interverrà rapidamente, la situazione sarà fuori controllo.
Sulla base delle informazioni disponibili, i prossimi 25 anni saranno decisivi. In questa finestra temporale infatti la produzione di petrolio inizierà a declinare e bisognerà riuscire ad arrestare la crescita delle emissioni globali di gas serra.
L’obiettivo deve essere quello di ridurre la crescita delle emissioni mondiali dal 30% di questo decennio al 20% nel periodo 2010-2020 e al 10% tra il 2020 e il 2030. In questo modo dopo il 2030 le emissioni potrebbero iniziare a calare.
Qualche segnale positivo si intravede, ma complessivamente la risposta è del tutto inadeguata. Sul versante delle fonti rinnovabili si registra una forte crescita, pure se geograficamente disomogenea. Gli investimenti mondiali nell’eolico e nel fotovoltaico tra il 2000 e il 2005 sono stati 10 volte superiori a quelli del periodo 1996-2000.
Ma su altri fronti la risposta è assolutamente insufficiente. La minicogenerazione deve fortemente espandersi, mentre preoccupa la prevista crescita del carbone: Cina, India e Usa hanno in progetto la realizzazione di 850 nuove centrali che comporterebbero una produzione di 2,7 Gt di CO2. L’aumento dell’efficienza energetica è modesto, mentre si dovrebbe tornare ai miglioramenti dell’intensità energetica registrati nei primi anni ‘80 a seguito delle crisi petrolifere. Secondo gli esperti bisognerebbe aggredire principalmente anche il comparto dei trasporti, assolutamente fuori controllo dal punto di vista delle emissioni, con risposte sia tecnologiche che organizzative e fiscali. E in Europa?Alla fine del 2003, le emissioni dei 15 erano ridotte dell'1,7% rispetto ai livelli del 1990 e le emissioni di tutti i 25 Stati membri erano ridotte in media dell'8%. Tredici stati membri sono oggi in procinto di conseguire i loro impegni di riduzione. Di questi, la Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e il Regno Unito sono molto vicine al target fissato (Decisione del Consiglio 2002/358/EC). Comunque, dieci stati sono tuttora lontani dal bersaglio: La Finlandia e Spagna se ne discostano di oltre il 20%; anche Austria e Danimarca hanno allargato il divario rispetto al 2002. Cipro e Malta, che non sono membri della Convenzione sui cambiamenti Climatici (UNFCCC), sono addirittura escluse dal conteggio. Se si considera che la riduzione tra 1990 e 2010 con le misure esistenti (-1.6 %) e con l'uso dei meccanismi previsti dal protocollo di Kyoto, come i crediti energetici, (-2,5%) sarà approssimativamente del 4.1 %, le linee di condotta e le misure addizionali che devono essere compiute dagli stati membri dovranno coprire il 3,9% di quel che rimane per il raggiungimento di un taglio complessivo delle emissioni dell’8%. La lotta al cambiamento climatico richiede che tutte le nazioni del mondo apportino il loro contributo, in linea con il principio dell'ONU delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità: in poche parole, le nazioni più ricche devono essere in prima linea. Nel maggio 2006 a Bonn sono stati avviati sotto l'egida dell'ONU i nuovi colloqui globali sulla lotta al cambiamento climatico. La Commissione europea ha già pubblicato un documento che evidenzia una serie di elementi chiave indispensabili per il successo di un regime globale sul cambiamento climatico: la necessità di una compatta partecipazione dei paesi e dei settori emittenti, la copertura di tutti i gas ad effetto serra, una spinta all'innovazione per sviluppare e adottare tecnologie a basso tenore di carbonio, la continuazione ed espansione dell'uso di strumenti di mercato e le misure di adattamento. L'UE partecipa ai colloqui con un atteggiamento di apertura, cercando di identificare le tematiche principali con i suoi 160 partner piuttosto che fornire delle risposte. Nel corso dell'anno la Commissione presenterà proposte concrete per ulteriori iniziative sul cambiamento climatico. L'UE è inoltre impegnata sul piano internazionale per aiutare i paesi extra comunitari ad affrontare il cambiamento climatico. Nel 2005 sono stati sottoscritti numerosi partenariati sul cambiamento climatico, in particolare con la Cina e l'India, che prevedono l'individuazione di soluzioni pratiche per la promozione del rendimento energetico e dell'uso di energie rinnovabili grazie alla cooperazione di nuovi panel creati fra l'UE da una parte, e l'India e la Cina dall'altra. Nel quadro del partenariato con la Cina, la Commissione e il Regno Unito sovvenzionano la prima fase dei lavori per un impianto a carbone a emissioni quasi zero. Grazie a una tecnologia che permette la cattura e l'immagazzinaggio del CO2 emesso dalla combustione del carbone, il carbonio viene catturato e immagazzinato in formazioni geologiche sotterranee che ne impediscono il rilascio nell'atmosfera. Insieme al Marocco, la Commissione presiede la Johannesburg Renewable Energy Coalition (JREC), una coalizione di 90 paesi che collaborano per la promozione dell'energia rinnovabile attraverso uno sforzo di cooperazione sulla base di obiettivi e scadenze nazionali e regionali. I governi europei hanno inoltre stanziato 2,7 miliardi di Euro per investimenti in progetti di riduzione delle emissioni nel quadro del Protocollo di Kyoto, principalmente nei paesi in via di sviluppo (attraverso il CDM, Clean Development Mechanism o Meccanismo per lo sviluppo pulito), ma anche con altri paesi che devono rispettare gli obiettivi di Kyoto (mediante il programma di JI, Joint Implementation o Attuazione congiunta). I progetti produrranno crediti di emissione che aiuteranno gli Stati membri dell'UE a raggiungere i loro obiettivi per il 2012 in modo economicamente efficiente e allo stesso tempo a trasferire tecnologie avanzate verso i paesi ospiti, sostenendoli nel loro cammino verso lo sviluppo sostenibile. Anche il programma di scambio di emissioni per le imprese europee lanciato nel gennaio 2005 permette ai 11.500 impianti interessati di utilizzare crediti CDM e JI. Secondo i dati disponibili, sono in preparazione oltre 2.400 progetti CDM. Con la campagna "Sei tu che controlli i cambiamenti climatici" la Commissione ha quindi lanciato un messaggio che intende sensibilizzare i cittadini sul cambiamento climatico, una delle maggiori minacce ambientali del nostro tempo, e aiutare le persone che desiderano contribuire a limitarlo. La campagna è partita a Bruxelles il 29 maggio 2006 e in tutti gli altri Stati membri fra il 29 maggio e il 5 giugno (Giornata mondiale dell'Ambiente). In tutte le capitali sono apparsi striscioni giganti sugli edifici pubblici e sui mezzi di trasporto; molte famose statue hanno indossato la t-shirt della campagna È prevista anche un'azione presso gli studenti attraverso il Diario europeo, del quale vengono distribuite ogni anno scolastico oltre 1.100.000 copie in tutta Europa. Quest'anno il Diario includerà una sezione sul cambiamento climatico in cui si invitano gli studenti a sottoscrivere un impegno a ridurre le loro emissioni di CO2, corredata di una tabella sulla quale prendere nota degli sforzi effettuati. Il sottotitolo della campagna – Abbassa. Spegni. Ricicla. Cammina. Cambia – fornisce dei suggerimenti pratici sulle azioni che ciascuno può intraprendere per contrastare i cambiamenti climatici. Con una riduzione di appena 1° C sul termostato di casa si possono evitare fino a 300 Kg di Co2 ogni anno, con un risparmio sulla bolletta del 5-10%. Pochi, inoltre, sanno che il caricabatteria del cellulare , lasciato attaccato alla presa dopo l’uso, consuma elettricità. E’ stato calcolato che circa il 95% dell’energia va sprecato se si lascia la spina del caricatore sempre inserita. E in Italia? Il 20 aprile del 2004 l’Italia ha pubblicato, non ancora in versione definitiva, il Piano nazionale di allocazione delle emissioni di gas serra, che recepisce parzialmente la direttiva europea dell’ottobre 2003. La direttiva istituisce un sistema di scambio dei permessi di emissione, essenzialmente per il sistema elettrico e l’industria. Il meccanismo, in breve, è il seguente: i paesi membri devono assegnare agli impianti di dimensione superiore a 20 MW permessi (quote) a emettere anidride carbonica.
Se un impianto emette meno di quanto consentito può vendere i permessi in eccesso ad altri impianti che hanno emesso più di quanto consentito, ma possono in questo modo rispettare il tetto alle emissioni imposto dal regolatore. L’idea di fondo è che gli impianti con costi di abbattimento minori riducano le emissioni più degli impianti che hanno alti costi di abbattimento, e vendano a essi i propri crediti. Attraverso tale scambio si realizza la minimizzazione dei costi di abbattimento e, quindi, l’efficienza. Il piano italiano si caratterizza per due aspetti essenziali: il criterio di assegnazione e l’ammontare di quote assegnate.
Per l’assegnazione delle quote, le opzioni tradizionali sono due: assegnare un numero di quote proporzionali alla produzione storica oppure alle emissioni storiche dell’impianto.
Con il criterio della produzione storica, in pratica, tutti gli impianti riceverebbero lo stesso numero di quote, mentre con quello delle emissioni storiche il più efficiente, riceverebbe un numero inferiore di quote. Pertanto, il criterio della produzione storica premia le imprese caratterizzate da una maggiore efficienza ambientale.
L’Italia ha scelto di adottare il criterio della produzione per alcuni settori (calce, acciaio, ceramica, cemento, energia da "cogenerazione") e quello delle emissioni per altri (carta, laterizi, raffinazione, vetro).
Per la generazione elettrica più tradizionale ovvero quella che genera solo elettricità, e non anche calore, e che costituisce la parte più cospicua delle emissioni soggette alla direttiva, l’Italia adotta il criterio atipico delle emissioni previste. Alla base di questa scelta vi è l’incertezza originata dalla profonda ristrutturazione del parco termoelettrico e dalla nascente
Attualmente le emissioni climalteranti nel nostro paese nel 2004 (576 Mt) sono del 13% più alte rispetto al 1990. Si tratta di un eccesso di 64 Mt/a, cui si devono aggiungere 33 Mt/a necessari per raggiungere l’obiettivo (-6,5%) assegnato all’Italia. Circa 100 milioni di tonnellate CO2 equivalenti ci separano dal nostro target. Se poi le emissioni nei prossimi anni continuassero a salire, il pacchetto di riduzione potrebbe aumentare a 120 Mt/a. In totale nei 5 anni previsti dal Protocollo di Kyoto (2008-12) dovremmo gestire un eccesso di 600 Mt.
Quanto ci potrebbe costare questo ritardo? Secondo le analisi del Kyoto Club, considerando ottimisticamente un valore di mercato pari a 15 e/tCO2, sarebbero necessari 9 miliardi di euro per soddisfare gli obblighi. Questa è la cifra che l’Italia dovrebbe spendere se fosse obbligata ad approvvigionarsi all’estero per coprire tutto il debito, considerando una quotazione intermedia tra il valore della borsa europea delle emissioni (attualmente pari a 26 e/tCO2) e il costo dei crediti dei progetti CDM realizzati nei Paesi in via di sviluppo (5-10 e/tCO2).
Naturalmente non sarà così, perché una parte di questo gap sarà colmato con interventi effettuati in Italia. Realisticamente, considerando i programmi già avviati, si può pensare che il contributo nazionale possa arrivare a coprire da uno a due terzi del nostro deficit. Una prima quota (cioè 200 dei 600 Mt di gas climalteranti da tagliare tra il 2008 e il 2012) si potrebbe ottenere con gli interventi già avviati, riforestazione inclusa. Un’ulteriore quota di 200 Mt, potrebbe invece derivare da nuovi ambiziosi programmi di intervento. Quindi, a seconda dell’incisività delle politiche che verranno attivate, si dovrebbe ricorrere ai crediti internazionali di carbonio per una cifra compresa tra i 3 e 6 miliardi di euro.
Le proposta delle associazioni non governative ipotizzano oggi ulteriori riduzioni di anidride carbonica nei prossimi cinque anni a partire da 50 Mt, grazie a meccanismi di risparmio energetico, 50 Mt sarebbero quindi i tagli previsti nell’uso di energia elettrica, 30 Mt dovrebbero venire dalla riduzione nel settore dei trasporti e 20 Mt dai tagli nella forestazione e negli altri gas climalteranti. Un’ altra riduzione di 50Mt si potrebbe ottenere ricorrendo all’uso delle energie rinnovabili.
Dando, inoltre, la priorità proprio all’efficienza energetica nell’uso finale, si dovrebbero innanzitutto estendere al 2012 gli obblighi di risparmio per i distributori di energia elettrica e gas attualmente in vigore fino al 2009, garantendo in tal modo un vantaggio economico per il Paese e la contemporanea riduzione aggiuntiva di 30 Mt delle emissioni climalteranti. Si calcola anche che un profondo processo di riqualificazione energetica del nostro parco edilizio possa garantire riduzioni aggiuntive cumulative dell’ordine dei 20 Mt.
Un notevole balzo in avanti si potrebbe ottenere realizzare negli usi termici delle tecnologie solari, che vedono l’Italia ingloriosamente agli ultimi posti, ed espandendo anche il settore dei biocombustibili, su cui converge un forte interesse del comparto agricolo alla ricerca di nuovi sbocchi dopo la riduzione dei sussidi alle coltivazioni alimentari.
Nel settore termoelettrico molto dipenderà dalla rapidità della rottamazione delle vecchie centrali e dal ruolo che avranno il carbone e la cogenerazione. Il carbone, che alcuni operatori vorrebbero rilanciare su larga scala, implica 400 g CO2/kWh in più rispetto a un ciclo combinato. Per una centrale da 1.000 MW, ciò comporta un aumento di 2,8 Mt di anidride carbonica all’anno.
Dalla minicogenerazione e da un minor ricorso al carbone a favore dei cicli combinati potrebbe derivare una ulteriore diminuzione di almeno 50 Mt di anidride carbonica.
Il settore dei trasporti, quello in maggiore controtedenza rispetto agli impregni di Kyoto per un incremento delle emissioni del 25% rispetto al 1990, rappresenta un’altra area di intervento, da percorrere con strategie all’avanguardia: dalla mobilità sostenibile, con il rilancio del trasporto pubblico, all’introduzione di soluzioni innovative come il road pricing o l’aumento del costo della benzina recuperabile con detrazioni dalle tasse fino a nuovi accordi volontari con le case automobilistiche per veicoli più efficienti. Le riduzioni aggiuntive ottenibili nel settore dei trasporti possono superare i 30 Mt.
Considerando la somma di tutte le azioni aggiuntive, si potrebbero ottenere 200 Mt di gas climalteranti in meno, in grado di limitare il ricorso all’acquisizione all’estero di crediti di carbonio solo per un terzo della riduzione necessaria. Tra l’altro un ridimensionamento dell’impiego dei meccanismi flessibili renderebbe anche più credibile il ricorso agli interventi in paesi in via di sviluppo o in via di transizione (CDM e JI), che finora hanno stentato a svilupparsi. Si riduce in tal modo il rischio che, con l’acqua alla gola, alla fine l’Italia sia costretta ad acquistare dalla Russia o dall’Ucraina “finti” crediti di carbonio provenienti non da riduzioni legate a precisi interventi, ma dal crollo delle emissioni registratosi in quei paesi dopo il 1990.
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